Uno dei principali problemi quando si cerca di raccontare la vita di San Francesco d’Assisi è legato alle fonti.
Molti dei testi che parlano di lui sono stati scritti decenni, se non secoli, dopo la sua morte. Alcuni risalgono a 30 anni dopo, altri addirittura a 150 dopo. E questo, inevitabilmente, solleva qualche interrogativo.
Siamo in un’epoca in cui la scrittura è rara, e la maggior parte delle notizie viene tramandata oralmente. Ma la memoria dell’uomo, lo sappiamo bene, è fragile.
E poi, se chiediamo oggi a più persone di raccontare un fatto avvenuto solo un mese fa, siamo davvero sicuri che le loro versioni coincidano?
Tra le fonti più importanti c’è la Legenda Maior di San Bonaventura, redatta ben 37 anni dopo la morte di Francesco. Un bel po’ di tempo: sufficiente perché il ricordo si trasformi, venga idealizzato o influenzato da altri fattori.
Ma allora: esistono testi più vicini nel tempo, che ci restituiscano un’immagine meno filtrata?
Sì, esistono. Il più importante è senza dubbio la Vita Prima di Tommaso da Celano.
Tommaso fu il primo biografo ufficiale di Francesco. Lo conobbe di persona, lo ascoltò, lo osservò da vicino. Non è un dettaglio da poco: la sua testimonianza è diretta, concreta, raccolta quando i ricordi erano ancora vivi.
Eppure, anche questa biografia, col tempo, fu rielaborata.
Una ventina d’anni più tardi, vista la crescente fama del santo in tutta Europa, l’Ordine chiese a Tommaso di scrivere una Vita Seconda, arricchita con nuovi aneddoti e miracoli.
Questa volta, però, si trattava di raccogliere testimonianze da tutto il mondo francescano.
Furono inviati messaggi a tutti i conventi. Chiunque avesse conosciuto Francesco, o avesse un ricordo, anche piccolo, era invitato a condividerlo. E le risposte arrivarono, a centinaia.
“Io mi ricordo quando Francesco si trovava a Bevagna…”
“Io lo sentii predicare, e disse queste parole…”
Tommaso dovette selezionare, ordinare e dare un senso a quell’enorme mole di testimonianze. Non fu facile. Ma il risultato fu una biografia ancora più ricca e profonda.
Ma non bastava ancora.
Evidentemente, neppure la Vita Seconda soddisfaceva tutti.
Qualcuno all’interno dell’Ordine riteneva che Francesco apparisse ancora troppo “umano” e troppo poco “santo”.
E allora si decise per un passo decisivo.
Nel 1263, durante un Capitolo Generale riunito a Parigi, San Bonaventura da Bagnoregio – grande teologo e predicatore – ricevette l’incarico di scrivere l’unica biografia ufficiale di Francesco. Una sola.
Bonaventura compose una biografia intensa, altissima. Ma in essa, Francesco divenne quasi un’icona celeste: un santo talmente puro e perfetto da risultare irraggiungibile.
Scomparvero i dubbi, le fragilità, le contraddizioni. Rimase l’ideale.
Va detto: tutto ciò fu fatto in buona fede.
Era un altro tempo. I francescani erano migliaia, e i malumori interni all’Ordine crescevano tra chi desiderava seguire i principi radicali di Francesco e chi, invece, optava per una vita austera sì, ma meno drastica.
Per risolvere le tensioni interne, Francesco doveva apparire come un santo inimitabile. E, in quanto tale, i suoi seguaci erano esentati dal seguirne gli insegnamenti alla lettera.
Ma resta una decisione che, ancora oggi, fa discutere.
Si stabilì infatti che tutte le biografie precedenti dovessero essere distrutte.
Una circolare ufficiale fu inviata a tutti i conventi. L’unico testo da conservare, leggere, copiare e tramandare doveva essere la Legenda Maior.
Iniziò così una vera e propria “caccia ai manoscritti”. Il fuoco e il tempo fecero il resto.
Molte delle prime testimonianze andarono perdute. E con esse, forse, anche una parte della verità.
Fortunatamente, non tutto venne distrutto.
Copie delle Vite di Tommaso da Celano sopravvissero nei conventi “non francescani”. E secoli dopo, quei testi riemersero, come reliquie di carta, salvate dal silenzio del tempo.
E fu allora che, accanto al Francesco perfetto e mistico di Bonaventura, cominciò a emergere un altro Francesco.
Più vero. Più autentico. Più umano.
Un uomo che sbagliava. Che aveva paura.
Che fuggiva la guerra ma sognava la cavalleria.
Che tremava davanti ai lebbrosi, ma poi li abbracciava.
Che non si limitava a pregare Dio, ma gli parlava, lo interrogava, lo cercava.
Un uomo che camminava scalzo nella neve, quasi cieco, con il dolore nelle ossa e la luce negli occhi.
Che aveva fame, ma dava via quel poco che aveva.
E che rideva, cantava, danzava come un giullare per consolare i cuori afflitti.
Era un uomo.
E proprio per questo, fu santo.